il 2026 segna una svolta per l’AI sul lavoro, i neolaureati sono nei guai, 300 milioni di posti a rischio.
E ho pensato: è vero. Ma è anche il solito copione.
Perché ogni volta che arriva una trasformazione tecnologica, la narrazione è sempre la stessa: panico, titoli catastrofici, previsioni apocalittiche. E poi, puntualmente, la realtà è più complessa.
Non fraintendiamoci: l’impatto dell’AI sul lavoro è reale. Ma la domanda giusta non è “quali lavori spariranno?”. È: “chi sopravviverà e chi no?”.
E la risposta non dipende dal settore in cui lavori. Dipende da come reagisci.
I dati che fanno rumore (e perché sono veri solo a metà)
Microsoft ha pubblicato uno studio che identifica i 40 lavori più esposti all’intelligenza artificiale. In cima alla lista: traduttori, storici, scrittori, customer service, rappresentanti di vendita, giornalisti.
Lavori che richiedono competenze cognitive, elaborazione di informazioni, comunicazione. Esattamente ciò che i Large Language Model sanno fare bene.
E c’è un dettaglio che dovrebbe farci riflettere: i lavori più esposti sono quelli che richiedono una laurea.
Per la prima volta nella storia, il tasso di disoccupazione dei neolaureati americani (22-27 anni) è superiore alla media nazionale. La laurea, che un tempo era il biglietto sicuro per una carriera stabile, non garantisce più nulla.

Già nel 2023 (nel frattempo l’intelligenza artificiale ha accelerato ulteriormente), secondo Goldman Sachs, 300 milioni di lavoratori in USA ed Europa sono già stati influenzati dall’AI. Nel 2020 il World Economic Forum prevedeva che entro il 2025 (quindi praticamente ora) 85 milioni di posti saranno a rischio.
Ma – ed è un “ma” importante – ne nasceranno 97 milioni di nuovi.
Il paradosso: chi ha studiato di più è più vulnerabile
Ecco il paradosso che emerge dai dati: più hai investito in istruzione tradizionale, più sei esposto all’AI.
Perché? Perché l’AI eccelle proprio nelle attività cognitive che un tempo erano dominio esclusivo delle persone istruite: analizzare dati, scrivere report, tradurre documenti, rispondere a domande complesse, fare ricerche.

Come mostra il grafico, non è un caso che traduttori, storici e giornalisti siano in cima alla lista: sono proprio le professioni cognitive, quelle che richiedono laurea, ad essere più esposte.
I lavori meno esposti? Operatori di draghe, custodi di ponti e chiuse, operatori di impianti di trattamento acque. Lavori manuali, tecnici, che richiedono presenza fisica e gestione di macchinari.
Non è un caso. L’AI sostituisce il lavoro cognitivo ripetitivo, non il lavoro manuale specializzato (almeno per ora).
E questo dovrebbe farci fare una riflessione scomoda: forse abbiamo sopravvalutato il valore della conoscenza teorica e sottovalutato quello delle competenze pratiche.
Ma c’è un altro modo di leggere questa situazione.
La vera discriminante non è il settore, è l’atteggiamento
Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha detto una cosa che tutti dovremmo tatuarci sulla fronte:
“Non perderai il lavoro per l’AI. Lo perderai per qualcuno che usa l’AI.”
Questa frase cambia tutto.
Perché sposta il focus dal “cosa fai” al “come lo fai”. Non è il tuo ruolo professionale a metterti a rischio – è la tua capacità (o incapacità) di integrare l’AI nel tuo lavoro.
Un traduttore che rifiuta di usare strumenti AI perché “l’AI non può sostituire la sensibilità umana” è a rischio. Un traduttore che usa l’AI per velocizzare il lavoro di routine e concentrarsi su testi complessi, culturalmente sensibili, creativi, no.
Un giornalista che vede ChatGPT come una minaccia è a rischio. Un giornalista che usa l’AI per raccogliere informazioni, verificare fonti, generare bozze iniziali mentre si concentra su inchieste profonde, interviste, analisi originali, no.
Un customer service rep che fa sempre le stesse risposte standard è a rischio. Uno che usa l’AI per gestire richieste semplici e si specializza in gestione di casi complessi, empatia, problem solving creativo, no.
La differenza non è nel lavoro che fai. È nella tua capacità di evolverti.
Il fallimento della narrativa “tranquillizzante”
C’è una narrazione che gira da anni: “L’AI creerà più lavori di quanti ne distruggerà, quindi stai tranquillo”.
È vero? Tecnicamente sì. Ma è anche profondamente fuorviante.
Perché nascondere dietro il numero aggregato (“97 milioni di nuovi lavori!”) la realtà individuale di milioni di persone che dovranno reinventarsi completamente.
Se sei un traduttore e il tuo lavoro sparisce, poco ti importa che da qualche parte nasceranno ruoli di “AI trainer” o “prompt engineer”. Tu devi pagare l’affitto adesso. E non hai necessariamente le competenze per fare quei nuovi lavori.
La transizione non è indolore. E chi lo nega sta mentendo.
Ma – ed eccoci al punto cruciale – la transizione è sempre stata così.
Quando è arrivato il computer, i dattilografi hanno perso il lavoro. Ma chi ha imparato a usare il computer è diventato impiegato amministrativo, segretario, assistente personale con competenze digitali.
Quando è arrivato Internet, i bibliotecari hanno rischiato l’obsolescenza. Ma chi ha imparato a navigare, catalogare, curare informazioni online è diventato archivista digitale, content curator, information specialist.
La tecnologia non ha mai distrutto il lavoro. Ha distrutto chi si è rifiutato di adattarsi.
Cosa significa davvero “adattarsi”
Adattarsi non significa diventare programmatori (anche se saperlo non guasta). Significa capire come l’AI può potenziare quello che già sai fare.
Significa smettere di vedere l’AI come un nemico e iniziare a vederla come uno strumento. Un acceleratore. Un partner cognitivo.
Tre esempi concreti:
1. Se sei insegnante:
L’AI può correggere esercizi base, generare quiz personalizzati, creare materiali didattici. Tu puoi concentrarti su ciò che l’AI non sa fare: costruire relazioni, motivare, gestire dinamiche di classe, adattare la didattica alle esigenze individuali.
Google ha appena lanciato una funzione che trasforma qualsiasi lezione in podcast con Gemini in Google Classroom. Non è una minaccia – è un’opportunità per raggiungere studenti che imparano meglio ascoltando.
2. Se sei consulente, analista, manager:
L’AI può processare dati, fare analisi preliminari, generare report standard. Tu puoi concentrarti su interpretazione, strategia, decisioni in contesti ambigui, gestione di persone.
3. Se sei creativo (designer, copywriter, artista):
L’AI può generare bozze, varianti, idee iniziali. Tu puoi concentrarti su concept originali, intuizioni culturali, narrazione emotiva, direzione creativa.
Il pattern è sempre lo stesso: l’AI fa il lavoro ripetitivo, tu fai il lavoro che richiede giudizio, creatività, empatia, contesto.
Ma per farlo, devi imparare a usare l’AI.
Perché molti neolaureati sono davvero nei guai
Torniamo ai neolaureati. Perché sono più vulnerabili?
Non perché l’AI sia migliore di loro. Ma perché entrano nel mercato del lavoro con competenze già obsolete.
Hanno studiato 3-5 anni su libri e metodologie che non includevano l’AI. Hanno imparato a fare ricerche “alla vecchia maniera”, a scrivere saggi senza assistenza tecnologica, a risolvere problemi con strumenti del 2015.
E arrivano in un mercato dove chi è già dentro ha avuto tempo di adattarsi. Di imparare ChatGPT, Midjourney, Copilot. Di integrare questi strumenti nel flusso di lavoro.
Il neolaureato arriva in svantaggio.
Non perché sia meno intelligente. Ma perché l’università non lo ha preparato al mondo che esiste oggi, figuriamoci a quello che esisterà tra 5 anni.
E questo è un problema sistemico, non individuale. Ma la responsabilità di colmare il gap ricade comunque sulla singola persona.
L’errore che stanno facendo (quasi) tutti
C’è un errore cognitivo che sto vedendo ovunque: pensare che l’AI sia “solo una moda” o “solo uno strumento in più”.
No. L’AI è una trasformazione strutturale del modo in cui si lavora.
Non è come imparare a usare Excel. È come passare dalla macchina da scrivere al computer. Un cambio di paradigma.
E chi lo sottovaluta pagherà il prezzo più alto.
Ho visto professionisti con 20 anni di esperienza dire: “Io ho sempre fatto così, non ho bisogno dell’AI”. E ho visto neolaureati dire: “L’AI è per i tecnici, io mi occupo di strategia”.
Entrambi sbagliano.
Perché non puoi ignorare uno strumento che i tuoi competitor stanno usando.
Se il tuo collega produce in 2 ore ciò che tu produci in 8, chi pensi che il capo terrà? Se un freelance offre lo stesso servizio a metà prezzo perché usa l’AI per velocizzare il lavoro, chi pensi che il cliente sceglierà?
Non è una questione di etica o di principio. È una questione di sopravvivenza professionale.
Cosa fare, concretamente
Basta con le lamentele. Basta con il vittimismo. Basta con “l’AI mi ruberà il lavoro”.
Ecco cosa puoi fare, adesso:
1. Impara a usare gli strumenti AI di base
ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot: almeno uno di questi. Non servono corsi costosi. Serve pratica. Usali ogni giorno per 30 minuti. Per qualsiasi cosa: scrivere email, riassumere articoli, fare brainstorming, correggere testi.
2. Identifica le attività ripetitive del tuo lavoro
Cosa fai che richiede tempo ma poco pensiero? Quelle sono le prime cose da delegare all’AI.
3. Specializzati su ciò che l’AI (ancora) non sa fare
Giudizio in contesti ambigui, empatia, creatività originale, relazioni umane, leadership. Queste sono le competenze che avranno valore nei prossimi 10 anni.
4. Non aspettare che l’azienda ti formi
Non succederà. O almeno, non abbastanza velocemente. L’upskilling è una responsabilità individuale.
5. Segui chi sta già facendo questo percorso
Non i guru motivazionali. Non i venditori di corsi. Ma professionisti reali del tuo settore che stanno integrando l’AI nel loro lavoro quotidiano.
La verità scomoda (ma liberatoria)
Eccola: sei tu il responsabile del tuo futuro professionale. Non l’università. Non l’azienda. Non il governo.
L’AI non è un nemico. È uno specchio che rivela chi è disposto ad adattarsi e chi no.
E nella storia, sono sempre sopravvissuti quelli che si adattano.
Non i più forti. Non i più intelligenti. I più adattabili.
I dati dicono che 300 milioni di posti sono a rischio. Ma dicono anche che 97 milioni di nuovi posti nasceranno.
La domanda non è: “Il mio lavoro esisterà ancora?”.
La domanda è: “Sarò io a fare quei nuovi lavori, o qualcun altro?”
E tu, da che parte vuoi stare? Tra chi subisce il cambiamento o tra chi lo cavalca?
Scrivimi nei commenti: hai già iniziato a usare l’AI nel tuo lavoro? Come sta cambiando il tuo settore? Quali competenze pensi diventeranno fondamentali nei prossimi anni?
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