Le due stanze: chi costruisce l’AI e chi si chiede dove ci porta

Due stanze unite da una porta aperta: intelligenza artificiale e tempo tra chi la costruisce e chi la osserva

L’ultimo articolo che ho pubblicato su questo blog è vecchio di mesi. Scrivo di intelligenza artificiale e di come ci sta cambiando il tempo, e per mesi non ho trovato il tempo di scrivere. Ho evitato di guardare la data come si evita la bilancia.

Il motivo me l’ero raccontato bene: sono impegnato. Ed è vero. Mesi dentro un progetto nuovo, giornate che finiscono quando finiscono.

Ma io scrivo di questo. Scrivo di lavoro che si prende più spazio di quello che gli spetta. Ho scritto che la gabbia più pericolosa è quella che senti come casa.

E poi mi sono lasciato mangiare il tempo per pensare da un lavoro che ho scelto io.

La seconda gabbia è quella che ti costruisci da solo

Nel pezzo che avevo scritto raccontavo la trappola che ti viene imposta: l’affitto, le bollette, il sistema che ti trova già pronto quando arrivi. Quella è reale e non sparisce perché la nomini.

Ma ce n’è una seconda, e non ha bisogno di nessuno che te la imponga. Arriva quando finalmente fai la cosa che volevi fare.

Perché quando il lavoro è tuo non c’è più nessuno da incolpare se ti divora. E allora smetti di chiamarlo un problema.

Lo chiami dedizione.

La prima gabbia almeno si vede. Ha delle sbarre, ha un nome, ha qualcuno dall’altra parte a cui puoi dare torto. Puoi organizzarti, puoi contrattare, puoi arrabbiarti.

La seconda no. La seconda ti fa i complimenti. Ti dice che sei uno che si impegna, che ci mette la testa, che non molla. Ti restituisce ogni sera una piccola prova che stai facendo la cosa giusta.

E la prova è vera. È questo il punto fastidioso: non stai sbagliando niente di misurabile. Stai solo lentamente smettendo di fare la sola cosa che nessuno ti chiederà mai di fare, cioè fermarti a guardare dove sta andando tutto quanto.

Intelligenza artificiale e tempo: quello che ci restituisce, e dove finisce

Trovo interessante che questa seconda gabbia si stia allargando proprio adesso. Proprio mentre l’intelligenza artificiale ci mette in mano gli strumenti più potenti di sempre per liberare tempo.

E funzionano. Vale la pena dirlo con chiarezza, perché è la parte della storia che passa meno.

Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il 47% dei lavoratori italiani usa già strumenti di intelligenza artificiale sul lavoro, e il primo effetto misurabile è proprio sul tempo. Quasi quattro su dieci risparmiano più di mezz’ora su un singolo compito. Il 41% dice di riuscire a fare cose che prima non sapeva fare.

Quest’ultimo dato è quello che mi entusiasma di più. Non “faccio più veloce”: faccio cose che prima non sapevo fare. È un allargamento di capacità individuale che non ha molti precedenti, e sta arrivando a persone normali, non a un’élite tecnica.

La domanda è cosa succede al tempo che si libera.

Nella mia esperienza — e sospetto non solo nella mia — non torna a noi. Si riversa nel lavoro successivo. Il compito che prima richiedeva un’ora ora ne richiede venti minuti, e allora ne facciamo tre.

Non è colpa della tecnologia. Nessuno strumento ha mai deciso l’orario di lavoro di nessuno. È una scelta, nostra e delle organizzazioni in cui stiamo, che quasi sempre facciamo senza accorgerci di farla.

E le scelte inconsapevoli si possono rendere consapevoli. È più o meno l’unica cosa che ho imparato in questi mesi di silenzio, ed è il motivo per cui sto riscrivendo.

Le due stanze che non si parlano

Il punto però non è personale. O meglio: non è solo personale.

Chi ha le mani dentro l’AI — chi la costruisce, la integra, la vende, la installa nelle aziende — è quasi sempre troppo occupato per chiedersi dove sta portando. Non per cinismo. Per calendario.

E chi se lo chiede — filosofi, sociologi, una parte del giornalismo, una parte della politica — spesso non ci ha mai messo le mani dentro. Parla di una cosa che non ha mai visto funzionare da vicino.

Due stanze che non comunicano.

Nella prima stanza si sa come. Si sa che i modelli sbagliano in modi specifici e prevedibili. Si sa quanto costa davvero un progetto, e che il novanta per cento del lavoro sono dati sporchi e integrazioni noiose. Si sa che una demo non è un prodotto.

Nella seconda stanza si sa perché. Si sa che ogni automazione ridistribuisce potere prima ancora che produttività. Si sa che “efficienza” è sempre efficienza rispetto a un obiettivo che qualcuno ha scelto. Si sa che chi non è seduto al tavolo non compare nelle specifiche.

Nessuna delle due stanze ha torto. Il problema è che ognuna, da sola, produce una versione mutilata della realtà.

La prima costruisce cose bellissime senza chiedersi per chi. La seconda scrive analisi impeccabili su una tecnologia che non ha mai toccato, e finisce per criticare una caricatura.

Il risultato lo leggiamo tutti i giorni. Il dibattito pubblico italiano sull’AI oscilla tra due poli che si somigliano più di quanto ammettano: da un lato lo strumento miracoloso che risolve tutto, dall’altro la minaccia che cancella il lavoro. Sono entrambi prodotti della stessa conversazione mancata.

Provate a immaginare la scena più banale del mondo: un’azienda introduce l’AI nel servizio clienti. La prima stanza misura il tempo medio di gestione e la soddisfazione dell’utente. La seconda chiede cosa succede alle persone che quelle risposte le scrivevano.

Nessuna delle due domande è sbagliata. È che non finiscono mai nello stesso documento.

Serve gente che stia sulla soglia

La buona notizia è che la porta tra le due stanze esiste. Non è chiusa a chiave. È solo che quasi nessuno ha tempo di attraversarla.

Serve gente che stia sulla soglia. Che abbia abbastanza competenza tecnica da non dire sciocchezze e abbastanza distanza da farsi ancora le domande scomode.

È una posizione scomoda per definizione, perché in entrambe le stanze risulti un po’ fuori posto. Agli ingegneri sembri quello che rallenta; ai critici sembri quello che giustifica.

Ma non è un ruolo esotico riservato a pochi. È un ruolo che si può decidere di occupare, e serve in una quantità enorme di posti: dentro le aziende, nelle scuole, nei sindacati, nelle amministrazioni locali, nelle redazioni.

I numeri dicono che c’è spazio. In Italia il 71% delle grandi imprese ha progetti di AI attivi, ma solo il 20% li ha resi davvero pervasivi. Nelle PMI si scende al 15% delle medie e al 7% delle piccole. E il rapporto Istat di quest’anno è netto sul motivo: il freno non è la tecnologia, sono le competenze.

Tradotto: la stragrande maggioranza delle organizzazioni italiane è ancora nella fase in cui le decisioni si possono influenzare. Non stiamo commentando una partita già giocata.

Tre cose concrete, mentre la partita è ancora aperta

Non ho una soluzione elegante. Ho tre cose che mi sembrano praticabili.

La formazione va messa dentro l’investimento, non dopo. Quando le competenze arrivano a valle della decisione, arrivano tardi e arrivano addosso a chi è già stato spostato. Quando entrano nel piano fin dall’inizio, come voce di costo e non come gesto di buona volontà, cambiano il risultato per tutti.

Ascoltiamo la domanda che c’è già. Lo stesso Osservatorio del Politecnico segnala che l’81% di chi usa l’AI al lavoro lo fa con strumenti non forniti dall’azienda. Di solito questo dato viene letto come rischio di sicurezza, e in parte lo è. Ma è anche il segnale più incoraggiante che esista: le persone stanno già imparando da sole. Le organizzazioni non devono convincere nessuno, devono solo raccogliere una spinta che è partita dal basso.

I territori devono stare al tavolo mentre si decide. Ho fatto cinque anni di consiglio comunale e ho imparato che le decisioni industriali arrivano ai territori già prese, lasciando in loco solo la gestione delle conseguenze. Con l’AI questo schema non regge: chi governa un’area produttiva deve poter parlare di riqualificazione, scuole tecniche e infrastrutture prima, non tre anni dopo in una riunione sugli ammortizzatori sociali.

Nessuna di queste tre cose chiede di rallentare l’innovazione. Chiedono solo di allargare il tavolo a cui si progetta.

Riparto da qui

C’è una cosa che mi porto dietro da questi mesi, e non è particolarmente nobile: mi ero convinto che stare dentro il lavoro fosse la stessa cosa che capirlo.

Non lo è. Le mani dentro servono, ma non bastano. Serve anche il momento in cui alzi la testa.

L’intelligenza artificiale ci sta dando una quantità straordinaria di capacità e di tempo. È l’occasione più grande che la mia generazione abbia avuto per ridiscutere come si lavora. E il modo in cui la sprecheremo, se la sprecheremo, non sarà drammatico: sarà consegnare quel tempo al compito successivo senza mai fermarci a guardarlo.

Fermarsi non è un lusso da persone che non hanno abbastanza da fare. Nel rapporto tra intelligenza artificiale e tempo è l’unico gesto che resta davvero nostro: l’unico modo per non ritrovarsi, tra dieci anni, ad aver costruito benissimo qualcosa che nessuno aveva deciso.

Nelle prossime settimane voglio portare questo discorso in un posto preciso, a un’ora da casa mia. Si chiama Val di Sangro, ed è uno dei distretti industriali più importanti del Centro-Sud.

Ci scriverò un articolo dedicato, perché lì niente di quello che ho raccontato qui è una previsione. È una cosa già successa, con dei numeri, dei nomi e delle persone. È il posto migliore che conosco per verificare se le due stanze possono davvero parlarsi.

Nel frattempo, una domanda che mi sono fatto io e che giro a te.

Quand’è l’ultima volta che ti sei fermato a chiederti dove sta andando la cosa che fai tutti i giorni?

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *