Ho fatto due telefonate nello stesso pomeriggio. Nella prima mi hanno detto che non è cambiato quasi niente. Nella seconda, che è cambiato quasi tutto.
Le due persone lavorano a una ventina di minuti l’una dall’altra.
Da mesi scrivo di intelligenza artificiale e lavoro, e a Pescara questa storia è più difficile da raccontare che altrove. Nell’articolo con cui sono tornato a scrivere parlavo di due stanze che non si parlano: chi costruisce l’intelligenza artificiale e chi si chiede dove ci porta. Poi sono andato a vedere cosa era già successo in Val di Sangro, dove l’onda l’hanno presa in fabbrica.
Adesso torno a casa. E qui la storia è più difficile da raccontare, perché non c’è niente da fotografare.
In uno studio legale non è cambiato quasi niente
Luigi Di Corcia fa l’avvocato d’impresa a Pescara. Gli ho chiesto cosa è cambiato negli ultimi tre anni, e la risposta mi ha smontato metà delle cose che mi aspettavo.
La ricerca giurisprudenziale, mi dice, “più o meno è rimasta la stessa”: banche dati che esistevano già da prima, adesso integrate con l’AI. La stesura degli atti sì, quella è cambiata — puoi chiedere una prima impostazione. Ma poi “si passa molto tempo a verificare perché molte cose non sono riscontrabili”.
E c’è un limite che trovo istruttivo: l’intelligenza artificiale fatica su quello che in diritto conta più di tutto, cioè la prova. Come si dimostra un fatto, in quale circostanza, con quale forza. “Fa ancora molta fatica a capire” come si sono svolti i fatti.
Poi mi dice la cosa che ribalta la narrazione corrente, e su cui vale la pena fermarsi: “per poter utilizzare l’intelligenza artificiale oggi l’avvocato deve essere un avvocato molto esperto, e che conosce in maniera molto approfondita la materia in cui sta usando quella cosa”.
Non è un livellatore. Non permette a chi sta imparando di fare il lavoro di chi ha vent’anni di mestiere. È un moltiplicatore, e moltiplica quello che c’è già.
Sui suoi clienti aziendali il quadro è ancora più fermo: “l’intelligenza artificiale è ancora un punto interrogativo enorme, continuano a fare le cose come facevano prima. PDF, Excel, Word”. Con, aggiunge, “gli stessi identici in linea di massima personale che avevano prima”.
In una software house è cambiato quasi tutto
Massimo Trisi è Special Projects e Innovation Manager in Dromedian, una società di servizi informatici e consulenza tecnologica con sede a Chieti: settantatré persone, circa nove milioni di fatturato.
Gli ho fatto una domanda apparentemente banale — cosa è diventato più veloce e cosa non si è mosso — e mi ha restituito la formula più precisa che ho sentito su questa faccenda.
“È diventata incredibilmente veloce la produzione: codice, documenti, analisi preliminari, prototipi, ricerca, contenuti. Attività che richiedevano giorni oggi possono richiedere ore o addirittura minuti.”
Poi:
“Quello che invece non si è accelerato allo stesso modo è il capire. Capire se ciò che hai prodotto è corretto, comprendere davvero un problema, decidere cosa fare, conoscere un cliente, assumerti la responsabilità di una decisione. In sostanza abbiamo compresso enormemente il tempo del ‘fare’, molto meno quello del ‘capire’.”
Io mesi fa avevo scritto che l’AI ci restituisce tempo e che quel tempo, invece di tornare a noi, si riversa nel compito successivo. Trisi mi ha spiegato il meccanismo: comprimiamo la parte che si comprime, e la parte che non si comprime resta lì, intatta, a fare da collo di bottiglia.
Con una conseguenza che dovremmo prendere sul serio: se il valore si sposta sul capire, allora il tempo per capire non è un lusso. È l’unica cosa che stiamo davvero producendo.
Non è una contraddizione: è il divario, con due facce
Uno studio dove non è cambiato niente e un’azienda dove è cambiato tutto, nella stessa area urbana, non sono una contraddizione. Sono lo stesso dato visto da due lati.
L’Istat lo misura: nel 2025 le imprese italiane che usano almeno una tecnologia di AI sono raddoppiate in un anno, dall’8,2% al 16,4%. Ma dentro quel numero ci sono due Italie — le grandi imprese al 53,1%, le piccole e medie al 15,7%. Trentasette punti di distanza, dove due anni prima erano venti.
E il Rapporto Annuale Istat di quest’anno dice anche perché: tra le imprese che hanno valutato l’AI senza adottarla, il 58,6% indica come primo ostacolo la mancanza di competenze. Non i costi, non le regole. Le competenze.
Il punto è che questo divario, a Pescara, non è un’astrazione statistica: è la struttura della città. Nell’area urbana pescarese l’84,4% degli addetti lavora nei servizi e solo il 14,6% nell’industria, secondo i rapporti d’area della Regione Abruzzo su dati Istat. È una città di studi, uffici, piccole strutture, professioni — cioè esattamente il tessuto che sta nella metà bassa di quel divario.
Di Corcia ha anche un’ipotesi su perché le piccole imprese restino ferme, e non l’ho trovata in nessuna statistica. Dice che chi in azienda avrebbe le competenze per introdurre l’AI è spesso la stessa persona che quell’introduzione renderebbe superflua: “chi dovrebbe introdurla sarebbe quello che dovrebbe uscire, difficilmente lo fa”.
È l’opinione di un avvocato, non un dato. Ma spiega una cosa che i numeri misurano e non chiariscono, e per questo la lascio qui.
Vale la pena notare che Trisi la scioglie dall’altro lato: “sostituire automaticamente qualcuno che possiede anni di esperienza e conoscenza dell’azienda con una persona che semplicemente ‘sa usare l’AI’ sarebbe spesso una stupidaggine”. Se l’azienda decide che l’esperienza vale, il conflitto si disinnesca. È una scelta, non un destino.
La palestra che stiamo smontando
Su una cosa i due sono d’accordo, e secondo me è il vero tema di questo articolo.
Le attività semplici e ripetitive che per generazioni sono state la porta d’ingresso a una professione sono le prime che l’AI assorbe. Il praticante che cerca sentenze, il junior che scrive il codice di base, l’addetto alla prima nota. Non è il professionista a essere in discussione: è il primo gradino della scala con cui si sale.
Trisi lo dice senza girarci intorno, e propone la soluzione nella stessa frase:
“Se l’AI sta togliendo ai giovani una parte della palestra con cui prima si imparava un mestiere, la risposta non può essere assumere meno giovani. Dobbiamo costruire una palestra nuova, e noi lo stiamo facendo.”
E aggiunge quello che secondo me diventerà il modo in cui riconosceremo chi ha fatto bene questa transizione: “dobbiamo evitare di formare una generazione bravissima a chiedere e incapace di capire la risposta”.
La palestra nuova, nella sua descrizione, non consiste nell’insegnare a lavorare come dieci anni fa fingendo che questi strumenti non esistano. Gli strumenti si usano, e si imparano bene. Ma servono insieme fondamentali, logica, capacità critica, debugging, comprensione dei dati — abbastanza da giudicare quello che la macchina produce. E serve tutoraggio, più di prima: quando segue dei ragazzi, dice, lavora sempre meno sulle nozioni e sempre più su “attitudine, metodo, curiosità, capacità di verifica”.
Nel suo caso questo si traduce anche in una scelta di bilancio: budget per l’aggiornamento c’è, e reskilling per chi è già dentro. “Tra poco non parleremo neppure più di un budget AI straordinario”, mi dice. “L’aggiornamento continuo diventerà semplicemente una componente strutturale della formazione aziendale.”
Ecco: questo è un pezzo di Abruzzo che ha già deciso. Non è poco, ed è la parte incoraggiante di tutta questa storia.
Il terziario non ha un cancello davanti a cui manifestare
Ma torniamo alla città, e alla ragione per cui questo pezzo è più difficile del precedente.
In Val di Sangro, quando l’occupazione è calata, c’era uno stabilimento con un nome, quattromila persone, un cancello e alla fine un tavolo al Ministero con un miliardo di investimenti. L’onda si vedeva arrivare.
Il terziario non funziona così. E abbiamo già un esempio abruzzese, di questa estate, che nessuno ha collegato al tema.
Il 22 luglio le segreterie regionali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilfpl-Uil hanno lanciato l’allarme sul comparto dei contact center e dei servizi CRM: oltre quarantamila posti a rischio in Italia per effetto dell’introduzione dell’intelligenza artificiale, più di tremila in Abruzzo. “Senza adeguate misure di accompagnamento”, hanno scritto, “l’utilizzo dell’IA rischia di avere pesanti ripercussioni sull’occupazione”. Hanno chiesto un tavolo di crisi regionale.
Il giorno dopo due consiglieri regionali hanno chiesto una conferenza dei capigruppo. Il 4 agosto è arrivato l’impegno ad aprire quel tavolo.
Guardate la sequenza: allarme, richiesta, impegno ad aprire un tavolo. Tutto corretto, tutto legittimo, tutto dopo. E parliamo del comparto più visibile e più sindacalizzato di tutto il terziario. Negli studi professionali e nelle microimprese, dove non c’è nessuna sigla a cui segnalare niente, di segnali non ne arriveranno affatto.
C’è un dato che rende questa cosa meno rassicurante di come sembra. Secondo l’indice di esposizione elaborato dall’INAPP, i settori italiani più esposti all’AI non sono quelli manuali: sono le attività finanziarie e assicurative, i servizi di informazione e comunicazione, la pubblica amministrazione. Il lavoro d’ufficio, non quello in linea. E i mestieri meno esposti sono i manovali e gli artigiani.
Per trent’anni abbiamo raccontato l’automazione come qualcosa che succedeva agli operai. Questa volta comincia dagli impiegati — e gli impiegati non hanno mai imparato a chiamarla con quel nome.
Cosa c’è già, e chi per ora tace
La buona notizia è che gli strumenti per rispondere esistono, e sono a portata di mano.
A giugno l’Università d’Annunzio ha approvato la propria strategia sull’intelligenza artificiale e la nascita di un Centro per l’Intelligenza Artificiale. L’ITS Academy Meccatronica e ICT d’Abruzzo forma, con sedi a Lanciano, Chieti, Teramo e Avezzano, esattamente le figure che le aziende cercano — ed è gratuito. Il Polo d’Innovazione del Made in Italy mette in rete imprese del territorio su questi temi. A luglio Confindustria Abruzzo Medio Adriatico ha riempito la propria sede a Pescara per una giornata sull’AI nelle PMI, dove Massimo Pomilio, presidente della Piccola Industria, ha detto una cosa che vale come diagnosi: “la vera barriera non è il costo, è la cultura”.
Manca un pezzo, però, e vale la pena dirlo senza acrimonia perché è facilmente rimediabile.
Gli ordini professionali — che sono l’unica infrastruttura capace di raggiungere davvero commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro, cioè le categorie che l’indice INAPP indica come più esposte — sul tema non hanno ancora preso posizione pubblicamente. Due settimane fa, in Tribunale a Pescara, si sono svolte due giornate di studio sull’intelligenza artificiale applicata al diritto, con un consigliere di Cassazione tra i relatori. Un’iniziativa giusta, nel posto giusto. Di quelle due giornate non è rimasta una sola dichiarazione pubblica.
Non è indifferenza: è che nessuno ha ancora deciso che questo sia un tema di cui parlare a nome di una categoria. Basterebbe metterlo nella formazione obbligatoria invece che nei convegni, e diventerebbe un tema di tutti.
La differenza di velocità
C’è una cosa che non avevo chiesto a Trisi, e che mi ha detto comunque.
“L’AI sta evolvendo molto più rapidamente della capacità delle aziende, della scuola, delle università e della società di adattarsi. Potremmo trovarci in un’economia capace di produrre molto più valore e molta più ricchezza, ma incapace di riqualificare le persone e distribuirne i benefici alla stessa velocità.”
Lo dico da mesi ma non l’avevo mai formulata così bene. E soprattutto: l’ha detta uno che costruisce questa roba per mestiere.
Quando ho scritto che chi ha le mani dentro l’AI è troppo occupato per chiedersi dove ci porta, e chi se lo chiede non ci ha mai messo le mani, avevo ragione solo in parte. Quella porta si attraversa. Qui c’è qualcuno che l’ha attraversata da solo, senza che nessuno gliel’avesse chiesto.
Questa, per me, è la notizia migliore di tutto l’articolo — e dico davvero. Perché se il problema fosse l’ignoranza di chi costruisce, sarebbe un problema enorme. Se invece il problema è la velocità, allora è un problema di organizzazione, di calendari, di scelte su dove mettere i soldi e il tempo. Cose su cui si può intervenire, e in fretta.
Non ho paura dell’intelligenza artificiale: continuo a pensare che sia lo strumento più potente che ci sia capitato per allargare quello che le persone sanno fare. Ho paura del ritardo. E il ritardo non è una legge di natura: è la somma di decisioni che rinviamo.
A Pescara, in questo momento, c’è un’azienda che ha già messo il reskilling in bilancio e uno studio dove i clienti lavorano ancora come nel 2019. Nessuno dei due sta sbagliando. Ma tra cinque anni saranno in due mondi diversi, e sarà stato deciso adesso, senza che nessuno se ne accorgesse.
Trisi la chiude con una domanda che mi sembra la migliore possibile, e gliela rubo:
la vera domanda non è più se l’AI cambierà il lavoro, perché lo sta già facendo. È se riusciremo a cambiare abbastanza velocemente il modo in cui formiamo, assumiamo e facciamo crescere le persone.
E allora la mia, per chi legge da dentro uno studio o un ufficio di questa città: la palestra dove hai imparato il tuo mestiere esiste ancora, per chi arriva dopo di te?